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Giovanni Uggeri

Carta Archeologica del Territorio Ferrarese F. 77

Introduzione

Il territorio ferrarese, cosparso di paludi e lagune e apparentemente privo di resti antichi fino a solo un secolo addietro, si è venuto rivelando via via nella sua reale consistenza archeologica a partire dalla scoperta della necropoli spinetica di Valle Trebba avvenuta negli anni Venti del Novecento. Ma solo nel secondo dopoguerra, grazie alla possibilità di accesso alle aree delle nuove bonifiche idrauliche e all'attività sul campo di Nereo Alfieri e poi di Stella Patitucci e dello scrivente, si è venuto delineando un quadro estremamente complesso del popolamento di età romana e tardoantica.

Oltre trenta anni addietro ricevevo da Nereo Alfieri l'incarico della redazione della carta archeologica del Ferrarese; ma ho dovuto procedere anzitutto alla presa di coscienza di diverse problematiche topografiche e storiche, mediante l'elaborazione di una serie di contributi specifici, prima di passare alla pubblicazione della carta archeologica basata sulle singole tavolette dell'Istituto Geografico Militare, a partire dall'alto Ferrarese.

Sono lieto di adempiere gradualmente all'impegno assunto con Nereo Alfieri e portato avanti sul terreno soprattutto negli anni 1969-1979. Della Carta Archeologica del Territorio Ferrarese ho pubblicato nel 1987 il primo volume relativo all'Alto Ferrarese, che ricade nella metà orientale del foglio 75 dell'Istituto Geografico Militare (G. UGGERI, Le origini del popolamento nel Territorio Ferrarese. Carta archeologica, I (F° 75, IlI) = Storia di Cento. I. Dalle origini al XV secolo, Cento 1987, pp. 37204); nel 2000 ho pubblicato un contributo specifico per la parte nordorientale del territorio ferrarese (G. UGGERI, Archeologia e topografia del territorio di Migliaro e Migliarino, in Migliaro, Migliarino, Fiscaglia, Valcesura, Cornacervina: un millennio di storia in comune, Ferrara 2000, pp. 1345), quindi nel 2002 la zona centrale, attorno a Ferrara e Voghenza, che copre quasi tutto il foglio 76 dell'IGM, con esclusione della fascia più meridionale (G. UGGERE, Carta archeologica del territorio Ferrarese, Foglio 76 (Ferrara), Galatina, M. Congedo Editor; 2002 ("JAT", Suppi. I), pp. 400).

Presento ora in questa sede la carta archeologica di una sola tavoletta, ma di eccezionale rilevanza, ossia quella relativa a Comacchio (F.° 77, III, S.E.). Vi convergono i risultati di ricerche affrontate sul campo con abnegazione e perseveranza nel corso di diversi lustri da Augusto Negrioli e da Francesco Proni in Valle Trebba, da Nereo Alfieri in Valle Pega, da Stella Patitucci e dallo scrivente in Valle Pega e nella Valle del Mezzano, in un ambiente particolarmente difficile e sempre a latere rispetto al maggiore impegno costituito dall'assillante scavo archeologico di emergenza nella necropoli e poi nell'abitato della città di Spina.

A Nereo Alfieri va tutta la mia incondizionata gratitudine per l'ideazione del progetto, per l'impulso e il sostegno che seppe dare alle ricerche sul terreno, anche grazie alla sua lunga esperienza, e per la completa disponibilità dimostrata nel mettere a disposizione tutta la documentazione e i materiali dei magazzini del Museo Archeologico Nazionale & Ferrara, d'intesa con la Soprintendenza Archeologica nella persona dell'allora Soprintendente Gino Vinicio Gentili. Vanno anche ricordati con gratitudine i dirigenti e i tecnici dei Consorzi di Bonifica e dell'Ente Delta Padano, che ci hanno facilitato sul piano logistico; nonché tanti appassionati cultori di archeologia, come il dottor Alberto Felletti Spadazzi e il notaio Ferrante Tura; infine gli studenti delle università di Bologna, Lecce e Firenze, che hanno partecipato alle ricognizioni.

In passato i territori depressi delle Valli di Comacchio godettero di scarsa attenzione dal punto di vista archeologico, se si eccettuano nel secolo XVI le informazioni raccolte da Pirro Ligorio, il celebre antiquario e falsario, e a cavallo tra XVII e XVIII secolo l'attività sul posto del medico D. A. Sancassani, che raccolse antichità e informazioni attendibili, ma propinò altresì le sue falsificazioni al Bona v'eri e al Ferro, che in quegli anni scrissero su Comacchio e le sue Valli.

Non meraviglierà, a distanza di molti decenni, la localizzazione approssimativa di alcune scoperte archeologiche, che furono effettuate quando rimanevano bassi sull'orizzonte i pochi possibili punti di riferimento per località che si trovavano disperse nelle vaste solitudini lagunari delle Valli di Comacchio.

Alcune scoperte archeologiche più importanti sono state già in passato oggetto di segnalazioni specifiche o sono confluite a suo tempo in pubblicazioni di sintesi, ma qui esse vengono presentate per la prima volta nel loro contesto topografico, che può consentire una visione organica della situazione ambientale ed antropica dell'antico Delta Padano.

In questa sede la carta archeologica d'insieme viene redatta sulla più antica levata dell'I.G.M., risalente al 1893 e dovuta ai topografi Juglaris e Puccini; si deve riflettere infatti sulla particolare situazione ambientale, considerato che una cartografia attuale risulterebbe fuorviante, poiché oggi il paesaggio appare completamente trasformato dalle grandiose bonifiche, che dagli anni Venti del secolo scorso hanno coperto le Valli di Comacchio con un reticolo del tutto artificiale e rigorosamente geometrico di canali e di strade. Anche la microtoponomastica è cambiata o si è trasferita e persino molta nomenclatura degli appoderamenti moderni è mutata per contingenti vicende politiche. Basti considerare l'aggiornamento della tavoletta di Comacchio, che fu effettuato dal topografo Scalera, anche in base alle ricognizioni aerofotografiche del 1935; vi compare già il reticolo delle bonifiche effettuate nelle Valli Trebba, Ponti, Isola e Raibosola, mentre restano i bacini lagunari meridionali del Mezzano, della Pega, di Rillo, Fattibello, Cona e Spatola; vi compaiono i nomi imposti allora alle case rurali della bonifica, denominate 'corti' e già realizzate in Valle Trebba e in Valle Ponti. Orbene, tutti questi prediali registrati sulla tavoletta del 1935 sono stati sostituiti nel dopoguerra con una nuova nomenclatura di ispirazione geografica, che è la sola ora nota sul posto. Perciò per consentire riferimenti alla realtà odierna abbiamo inserito nel testo alcune carte che presentano il reticolo poderale moderno.

La numerazione attribuita ai singoli siti archeologici individuati procede sulla tavoletta dall'alto a sinistra verso il basso a destra. Per ogni località vengono dati i riferimenti topografici, una breve notizia delle scoperte, più ampia per quelle inedite, i termini cronologici ricavabili dai materiali rinvenuti ed infine la bibliografia per quelli già editi.

Caratteri del territorio

Dalla metà dell'Ottocento le ricerche geomorfologiche hanno messo in evidenza l'estrema variabilità del quadro fluviale padano nel corso dei secoli. Successivamente sono stati documentati alcuni dei rami antichi dell'apparato deltizio padano, che si erano spenti in parte già in età classica o nella tarda antichità e che in parte si spensero a partire dal secolo XII, quando  in seguito alla rotta di Ficarolo  il maggior volume delle acque del Po venne a riversarsi sul nuovo ramo di Venezia'.

In età classica il corso inferiore del Po si disperdeva in una vastissima fascia lagunare, ricordata da Plinio con il nome di Septem Maria. La laguna era sbarrata verso il mare da un potente cordone sabbioso, riconosciuto e definito come litorale di età etrusca già dal Lombardini. Questo fascio di dune è riconoscibile nei tomboli del litorale rettilineo fossile che chiude la laguna Veneta e poi per Sottomarina, Contarina, Massenzatica, Lagosanto, Valle Trebba, Valle Pep, Argine di Fossa di Porto e Sant'Alberto giunge a Ravenna. Di fatto è proprio sui dossi di questo litorale fossile che sono tornate in luce nel secolo XX le ricche tombe della necropoli spinetica durante le bonifiche di Valle Trebba e di Valle Pega; mentre l'abitato è venuto in luce in posizione più arretrata in seguito alla bonifica della Valle del Mezzano.

Lo studio dell'evoluzione geomorfologica e idrografica dell'antico Delta Padano, sempre in stretto rapporto con l'insediamento umano, già delineato nel 1975 nel mio volume sulla romanizzazione di quest'area, è stato ripreso nell'ampio contributo inserito nella Storia di Ferrara pubblicata nel 1989 e nel volume precedente di questa carta archeologica, dedicato al foglio di Ferrara (2002); rimando perciò a queste opere sia per le trasformazioni del paesaggio geografico, che per le vicende storiche ed insediative di età classica e romana.

Il territorio considerato giace tutto al di otto del livello del mare, con la sola eccezione del cordone paralitoraneo di San Giuseppe e delle vecchie arginature che dividevano le 'valli' (ossia gli specchi lagunari) e che sono ripercorse dalla viabilità, che ricalca spesso antiche digitazioni fluviali e cordoni litoranei. Siamo infatti in presenza di un ambiente fossile, dove le linee essenziali del paesaggio antico si sono progressivamente accasciate per un lento fenomeno di subsidenza, dando luogo ad estesi bacini lagunari, detti nel complesso le Valli di Comacchio (Fig. i )4 Queste sono state quasi completamente bonificate soltanto nel corso del secolo scorso, dando luogo ad un paesaggio antropico del tutto artificiale, una campagna monotona, geometrica e piatta, purtroppo a rischio, per il fatto appunto di trovarsi notevolmente sotto il livello del mare, con terreni depressi, che scendono fino alla quota di m 3,70 in Valle Trebba e di m  2,90 in Valle Ponti.

La struttura portante del territorio è data dai grandi cordoni dunosi di remoti litorali fossili, i più interni preetruschi e diretti da nord a sud, i più esterni di formazione storica e con andamento da nordovest a sudest. L'elemento idrografico caratterizzante il territorio analizzato è costituito dal paleoalveo fossile dell'antico Po di Spina, sul quale insistono in pane la strada da Ostellato a Comacchio e il canale navigabile Migliarino  Porto Garibaldi. Secondariamente, interessa l'angolo nordoccidentale della tavoletta di Comacchio uno degli antichi rami deltizi del Po, ossia il fiume Sagis, detto poi Trebba e infine argine delle Gallare. Nelle zone più orientali si ricostruiscono minori divagazioni deltizie padane, che cercavano di aprirsi un varco attraverso le dune sabbiose del litorale tardoantico.

Per la loro formazione geologica recente, questi territori presentano scarse testimonianze protostoriche, limitate ai soli cordoni più interni, che sembrano riferibili a litorali del secondo millennio a.C., mentre dallo scorcio del VI secolo a.C. la fondazione della città portuale di Spina dà origine all'insediamento su diversi isolotti parafluviali e lagunari e al formarsi della ricca necropoli sul litorale sabbioso antistante alla città verso levante. In età ellenistica il delta padano si protende fino al Baro dei Sabbioni; quindi, in seguito al grandioso fenomeno della colonizzazione romana della Gallia Cisalpina, con i massicci disboscamenti e le estese bonifiche del Il secolo a.C., si accelera il fenomeno di protendimento del delta, che avanza rapidamente verso sudest, fino a formare il litorale ricurvo sul quale si allungherà Comacchio. Alle spalle del nuovo litorale, verso la fine della Repubblica e in età augustea, una serie di fattorie e di ville comincia a popolare il territorio, dotandosi di impianti produttivi, soprattutto fornaci per laterizi. Emergono in questo contesto la villa di Bocca delle Menate e il complesso del Montirone.

Allora il territorio era attraversato dalla rotta fondamentale della navigazione interna tra Ravenna ed Aquileia, che sfruttava la Fossa Augusta nelle prime 24 miglia da Ravenna fino al Baro Zavelea, dove una massiccia torre dovrebbe segnalare la stazione Ad Padum della Tabula Peutingeriana; qui ci si immetteva dunque nel Po, che si risaliva per 4 miglia fino al Burchioletto, che dovrebbe corrispondere alla stazione Sagis; qui infatti si lasciava la navigazione sul corso principale del Po e si imboccava il ramo padano SagiVie r scendere per altre 4 miglia verso Lagosanto, dove sorgeva la stazione Nero nia. a via di terra paralitoranea sembrerebbero da riferire i basoli trachitidi del Baro dei Sabbioni.

Tra la metà del III secolo d.C. e gli inizi del VI secolo si registra un periodo di sostanziale stagnazione, con la sola eccezione del vasto insediamento di Valle Ponti. In età gota assistiamo al sorgere dei due notevoli insediamenti di Santa Maria in Padovetere e di Comacchio; la fase di VIVII secolo  in stretta dipendenza da Ravenna capitale gota e bizantina  appare piuttosto diffusa nel territorio, anche se è lungi dall'acquisire la capillarità che aveva raggiunto quella di età romana. La città di Comacchio è l'unico centro demico destinato a rimpiazzare Spina come sbocco adriatico dei traffici della pianura padana e come vettore del sale e dei beni di pregio transmarini verso l'interno. Comacchio risulta già attiva dal VI secolo e in progressivo sviluppo fino alla distruzione subita nel X secolo ad opera del crescente astro di Venezia. Lo sviluppo edilizio in un'area alluvionale, priva affatto di pietra, fece sì che a Comacchio venissero trasportati materiali lapidei e laterizi ricavati non soltanto dai monumenti antichi dell'immediato retroterra, ma anche da zone più lontane collegate da vie d'acqua, determinando in noi incertezza sulle prime presenze antropiche in questo sito e sul significato da attribuire ad alcuni materiali archeologici rinvenuti in giacitura secondaria.

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